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Musei del Rinascimento

Museo Stefano Bardini

Firenze

Museo Stefano Bardini
Ricardalovesmonuments · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons

Nel cuore dell'Oltrarno, la riva sinistra popolare e artigiana di Firenze, il Museo Stefano Bardini occupa un antico convento trasformato in palazzo-galleria da uno dei personaggi più affascinanti del mercato d'arte europeo. Non è un museo statale organizzato secondo una logica scientifica, né una semplice collezione privata: è prima di tutto la messa in scena di uno sguardo, quello di un antiquario geniale che fece della propria dimora una vetrina, un catalogo vivente e un manifesto estetico. Vi si entra non tanto per seguire un filo cronologico, quanto per capire come un uomo dell'Ottocento ricomponesse il passato italiano a beneficio dei grandi collezionisti di tutto il mondo.

Stefano Bardini, principe degli antiquari

Stefano Bardini (1836-1922), nato a Pieve Santo Stefano in Toscana, si formò dapprima come pittore prima di dedicarsi al commercio di oggetti d'arte, un'attività allora in piena espansione in un'Italia da poco unificata, dove circolavano quantità di opere provenienti da chiese, conventi e palazzi smembrati. Nel giro di pochi decenni divenne uno dei mercanti più potenti d'Europa, fornendo musei e grandi patrimoni privati, dalle collezioni berlinesi al mondo anglosassone. Gli fu attribuito il soprannome di «principe degli antiquari».

La sua influenza andò ben oltre la semplice compravendita. Bardini restaurava, rimontava e talvolta ricomponeva interi complessi a partire da elementi disparati: cornici, boiserie, frammenti architettonici. Questa pratica, comune all'epoca, oggi invita alla prudenza riguardo all'origine e all'integrità di alcuni pezzi. Uomo d'affari accorto, mise insieme anche una collezione personale che non vendette mai e che, alla sua morte nel 1922, lasciò in eredità alla Città di Firenze, insieme al palazzo che la ospitava. Il museo civico aprì così i battenti nel 1925.

Da non confondere con la Villa Bardini, sulla vicina collina di Costa San Giorgio, legata ad altri personaggi e nota per i suoi giardini: due luoghi distinti, malgrado la vicinanza del nome e del quartiere.

Il palazzo blu e il suo allestimento

L'edificio stesso è un'opera. Bardini acquistò l'antica chiesa e il convento di San Gregorio della Pace e li fece profondamente ristrutturare alla fine dell'Ottocento per ricavarne un vasto scrigno espositivo. Vi integrò elementi autentici recuperati altrove — portali, scale, soffitti a cassettoni — dentro un'architettura neorinascimentale pensata per valorizzare la merce tanto quanto per abitarla.

Il tratto più memorabile resta il colore delle pareti: un blu intenso, saturo, diventato così caratteristico che oggi si parla di «blu Bardini» (talvolta accostato al «blu di Prussia»). Questo fondo scuro non era una semplice scelta decorativa: isolava ogni scultura, ogni cornice dorata, ogni arazzo, facendo risaltare i volumi e gli ori come nella vetrina di un gioielliere. L'allestimento voluto da Bardini — accostamenti fitti, dialogo tra le epoche, effetti di prospettiva — è stato in gran parte ripristinato nel restauro che ha preceduto la riapertura al pubblico a cavallo tra gli anni 2000 e 2010, facendo del luogo una rara testimonianza conservata del gusto museografico di un antiquario ottocentesco. La collezione è per natura eclettica: sculture, dipinti, mobili, ceramiche, cornici, tappeti, armi e armature convivono, riflesso di un mercato in cui si vendeva di tutto.

I capolavori: Giambologna, il Porcellino, la scultura rinascimentale

Al di là dell'atmosfera, il Bardini conserva diversi pezzi di primo piano.

Il più celebre è senza dubbio il Diavolino, piccolo bronzo attribuito al Giambologna (Jean de Boulogne, 1529-1608), il grande maestro fiammingo della scultura fiorentina manierista. La figura demoniaca sarebbe servita da modello o da insegna per l'angolo di un palazzo del centro — il Canto del Diavolo presso il palazzo Vecchietti —, con l'originale entrato poi in museo mentre una copia segna ancora la via. L'attribuzione al Giambologna in persona, piuttosto che alla sua bottega, richiede la consueta cautela.

Il museo custodisce anche, secondo la tradizione, il cinghiale in bronzo originale di Pietro Tacca (1577-1640), allievo del Giambologna: la celebre fontana detta Il Porcellino, la cui versione esposta all'aperto al Mercato Nuovo è una copia destinata a proteggere l'opera antica dalle intemperie e dall'usura delle mani dei visitatori — vuole la leggenda che si sfreghi il grugno dell'animale per assicurarsi un ritorno a Firenze. Lo stesso Tacca si era ispirato a un marmo antico. Anche qui, lo statuto esatto e la datazione precisa del pezzo conservato meritano una verifica.

La collezione comprende inoltre un insieme di sculture e rilievi della Rinascita fiorentina: Madonne col Bambino in terracotta, in stucco o in marmo, nella tradizione delle botteghe del Quattrocento. Tra i pezzi notevoli figura una Carità (Caritas) che la tradizione riconduce all'ambito o alla cerchia di Donatello — attribuzione da considerare al condizionale, come per buona parte dei rilievi devozionali prodotti in serie all'epoca. Vi si trovano ancora opere avvicinate a nomi come Tino di Camaino o i della Robbia, oltre a una notevole raccolta di cornici antiche (le cornici), delle quali Bardini era un appassionato conoscitore, e a nuclei di armi, armature e tappeti che ricordano l'ampiezza del suo commercio.

Occorre dunque distinguere nettamente due strati: da un lato, la collezione eclettica di un mercante, eterogenea e disuguale; dall'altro, un piccolo numero di autentici capolavori rinascimentali e manieristi che da soli giustificano la visita.

Cosa vedere assolutamente

  • Il Diavolino del Giambologna, piccolo bronzo dal soggetto insolito, pezzo simbolo del museo.
  • Il cinghiale originale del Porcellino attribuito a Pietro Tacca, l'antenato della fontana del Mercato Nuovo.
  • La Carità ricondotta alla cerchia di Donatello e i rilievi di Madonne col Bambino del Quattrocento.
  • Le sale dal «blu Bardini», raro esempio di allestimento antiquariale conservato.
  • La raccolta di cornici dorate, di tappeti e di armi, testimonianza del gusto e del commercio di Bardini.

Informazioni pratiche

Museo civico della Città di Firenze, situato nell'Oltrarno, nei pressi di Piazza dei Mozzi e non lontano dal Ponte alle Grazie, tra gli Uffizi e il quartiere di San Niccolò. Il biglietto è di norma distinto da quello dei grandi musei statali; a seconda dei periodi esistono biglietti cumulativi con altri musei civici fiorentini. L'accesso è agevole a piedi dal centro. I giorni e gli orari di apertura, spesso limitati ad alcuni giorni della settimana, vanno verificati prima di qualsiasi visita sul sito ufficiale dei musei civici fiorentini.

Quiz

  1. Quale soprannome veniva dato a Stefano Bardini?
  • a) Il pittore degli Uffizi
  • b) Il principe degli antiquari
  • c) Il duca dell'Oltrarno
  1. Di quale animale il Porcellino conservato al Bardini è l'originale in bronzo?
  • a) Un cinghiale
  • b) Un leone
  • c) Un toro
  1. Quale colore emblematico riveste le pareti del museo?
  • a) Un rosso pompeiano
  • b) Un verde oliva
  • c) Un blu intenso, detto «blu Bardini»

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